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2011
2003 – da “Il canto
della bellezza”, prefazione di Fabio Tutrone
2001 – da “Ad una compagna comunista”, introduzione di Alda Merini
2000 - da “Il tempo della bellezza”, introduzione di Massimo Cacciari
1999 - da
“Sentimenti”, prefazione di Stefano Giovanardi |
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Avvinto nei ceppi, su dura roccia nella cima più alta della solitaria, desolata Scizia. Per un tempo perenne torturato, patisco la pena imposta sa Zeus, a me, Prometeo. Il titano ribelle. Non la baratto con la giustizia, la pena, né rinnego la realizzata missione. Né pentimento, né supplico grazia avendo carpito, a disdoro del sommo potere, il recondito fuoco: l’artificio: il duro arbusto roteante sul tenero legno! Audace mediatore fra il divino e l’umano ho dischiuso all’uomo nuove utilità, nuove realtà. Una provvida liberazione per un’umanità affrancata. Or qui, nell’algida vetta, straziato giorno dopo giorno dal bramoso rapace sconto la punizione inflittami dal sommo potere (pur vasto il suo sguardo, non infinito, né onnisciente). Scelta definitiva la mia, nell’inflessibile dolore. Reso partecipe l’uomo, mio amico, di un’aurora portatrice feconda di opere e azioni, non sconfesso la furtiva intrapresa: necessitata e determinata per libera scelta e coscienza. Un atto di riscatto per un bene condiviso. Il divino si fa uomo: crea l’uomo e il suo nuovo virtuoso destino. Una nuova speranza emerge, affiorando nella mente, nel cuore, pur relegato, in eterno, nel tremendo tormento. Non vinto, né domato, mi attorniano, ora, al calar del sole, veleggiando su’ in alto leggiadre oceaniche: amiche visitatrici, consolatrici. Conforto al mio dolore, annunziano l’affiorante alba di un nuovo giorno, lo splendore liberatorio luminescente. Congedandosi, in volo, un loro audace sussurro, appena accennato: la futura nascita del “figlio dell’uomo”. Ispirata
a “Prometeo incatenato” tragedia di Eschilo rappresentata il |
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Insidiosa fiamma le mie membra invade. Da irrefrenabile
sentimento tentata. Oh,dei di Creta, mia patria, chiedo aiuto alla mia follia. Per l’incestuosa trama, che cresce in me, a sicura rovina corro incontro. Non so ancora aprire il mio amore al suo cospetto. Inconsapevole, il bel giovane, dalle virginee fattezze brucia i miei sensi. Abietto l’intento che mi muove e mi dimora: incontenibile la voglia di giacere con Ippolito, mio figliastro. Oh, me infelice: mi nutro nel celato pensiero, nel torbido subbuglio, del suo casto operare, del suo pudore. A tale insano flagello, si oppone, la mia reputazione, la condizione regale. Si oppone la ragione, il giusizio. Oh, me, misera e fragile Per tale immorale deriva! Vorrei morire, anelando ad annientare, con il suicidio, l’innominata vergogna. Mi dibatto, lacerata, fra due opposte emozioni. L’ostinata passione. Gli ammonitori, severi valori morali. Mi rifletto, indegna, ahimè!, nella sua immacolata purezza: a lui mi prostro, disperata, non matrigna, ma serva impudente perché lui si unisca a me. Accogliete il mio grido e il mio perdono, dei di pietà e di virtù. Non voglio, ciò che voglio. Quod volo, me
nolle! Pietà, pietà per la mia misera sorte! Ispirata da “Phedra”,
tragedia di Seneca ( |
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L’attesa, Leandro, pervade le mie lunghe giornate. Trepidante e impaziente brucio d’amore, così come, nella tersa notte, arde, a mo’ di faro, la vigile torcia in su la torre, segnale e guida al tuo percorso. Da Alido, la tua dimora, sino a me, a Sesto, fra le mie braccia, mio bellissimo amato. Separati dallo stretto lembo di mare, l’Ellesponto, -testimone, giorno dopo giorno, del nostro clandestino rapporto (ahinoi, per veto familiare) – affida al tuo vigore la treversata e il tragitto che ti reca a me. Ero, la tua donna attende di cingerti al seno, di dare calore alle tue membra provate, grondanti d’acqua marina. Attende di baciare, a lungo, con ardore, l’approdato suo uomo. Ahime! Lente le ore dell’attesa, inerte io nella vuota monotonia della mia fragile esistenza! Inane le lunghe giornate nella bruciante attesa di unirci in prolungato amorevole amplesso. E’ quel che mi concede il destino! L’inerzia logorante della tua giovane donna di Tracia: l’attesa: che poi è l’umiliante condizione delle donne della nostra terra! Ma ora, solo tu ci sei, amor mio: mi nutro del tempo presente: il mare sopito accompagna il suono conciliante delle onde. Rischiarato da bianca luce lunare asseconda, oggi, alfine, il tuo approdo felice. Oh, felice condizione! I nostri prolungati abbracci, le nostre intense pulsioni, l’incendio dei nostri sensi, il nostro appagante languore: grazie, mio giovane greco, grazie, caro Leandro. Quel baleno mi sopravviene triste presagio: che sarà di me, di noi, quando la volgente infida stagione renderà impetuose le onde marine? impervio il tragitto del mio intrepido delfino? un percorso d’amore approdante a tragico evento? Oh, noi miseri! Ma ora, pur in angoscia, comprimo il balenante timore che invade la mente: mi ritraggo in solitudine, nella cella disperante dell’attesa. Oserò, io, chiederti, Leandro, di attraversare il mare procelloso? Consentirò il tuo temerario tragitto d’amore, pur se oggi favorito da bella stagione? Ispirata da
“Heroides” 19° Epistula “Hero Leandro” (Ovidio, |
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Disattesa La paterna volontà, ti fui, Teseo, decisivo ausilio nell’ardua tua impresa. Abbattesti il Minotauro, l’orrendo mostro, che, anno dopo anno, si nutriva di giovani vittime ateniesi, a Creta offerte dalla sottomessa Atene, quale imposto tributo. Bello, forte, come un dio, m’apparisti, Teseo. Di te invaghitami, nobile giovane ateniese, tradendo la fiducia del sovrano di Creta, favorii la tua risolutezza, il tuo fermo proposito di riscatto liberatorio. Dal labirinto incolume uscisti accompagnandoti, a ritroso, al rosso filo del salvifico gomitolo, che, complice innamorata, ti porsi. La spada insanguinata, vittorioso brandisti, mio Teseo. Dall’insidioso recinto infine libero. A te mi unii, Teseo, coniugando al tuo vittorioso ritorno in patria il mio giovane destino. Al nostro ritorno! amor mio! Nell’isola di Dia, rifugiammo nel prosieguo del nostro trionfante viaggio di ritorno. Qual felicità, mio Teseo, approdare, festanti, mano nella mano, nelle levigate spiagge, indorate dal languore del rosseggiante soffuso tramonto. La notte ci accolse, uniti, mio Teseo, nell’integrità del nostro vincolo amoroso. Al primo chiarore dell’alba, mi avvicinai nuovamente a te. Scomparso dal giaciglio, impietrita gridai il tuo nome, disperata, correndo per la fredda sabbia. “Teseo” urlai: l’eco del tuo nome ritornava, di rimbalzo, dall’antistante rude promontorio: Teseo, Teseo, Teseo. Il veliero già veleggiava distante: Teseo e i suoi uomini, ormai, verso Atene. Il mio amato a vele spiegate si avviava a cogliere in patria, il trionfo, la gloria dell’adempiuta missione. Oh, me disperata, tradita. Abbandonata, nel sonno, sola nell’isola deserta. Teseo, gridai, ancora, più e più volte a gran voce. Spergiuro, Teseo, infido, crudele. Urlai ancora accasciandomi sulla nuda spiaggia imbiancata da luce lunare. Vinta, reietta, ormai, da Minosse, padre da me tradito, relegata dall’ingrato ateniese, cuor di pietra. Svenuta, come morta, si spense il mio lamento. Sollevatami dal mortale torpore, avvertii, d’un tratto, calda confortevole caretta: impietosito, Bacco, sopraggiunto a salvarmi da morte sicura. Mi sollevò qual
stella fra le stelle, su, su, nel terso cielo di Grecia. Teseo, ingrato, improbo uomo, potrai mirarmi, ora, dalla lontana Atene, sposa felice di Bacco, stella fulgente nel biancore di nuova costellazione, donde, rasserenata, sovrasto il tuo tradimento. Ispirata da
“Heroides” 10° Epistula “Ariadne Theseo” (Ovidio, |
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Lettera di Penelope ad Ulisse |
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Volge a sfiorir, ormai, la gemma della mia giovinezza: don qui ad evocare il suo della tua voce, la luce dei tuoi ogghi, la tua presenza, Ulisse. Nelle lunghe notti insonni mi dispero: nella cella del cuore giaccio con te, mio vigoroso sposo, da me lontano. La tua generosa mano, invano con la mia. Oh, Ulisse, il nostro tempo! quanto è decorso un lungo tempo senza tempo! riaffiora la nostra stagione amorosa alle prime luci dell’alba sulle mie lacrime sparse! La guerra di Troia ci divise, ed ora, pur vinta, tuttora ci divide, mio vittorioso combattente. Mi sovviene, ora, il tuo vivido palpabile
essere, pur tremendo fra le tue braccia tu sia di giovane infida donna. Sopravvive quel nostro tempo d’amore tu vigoroso, forte e tenero ad un tempo! Nel mio chiuso recinto di solitudine, or qui con me, Telemaco, il nostro figlio giovinetto, germe del nostro amore, anelando pur egli al tuo ritorno, all’abbraccio col padre, qual amorevole guida. Torna, Ulisse, troppo tempo mi ha diviso da te! torna, mio sposo invocato! Scemando le speranze, e pur fidente, a te sempre fedele. Torna, or che gli anni bianca coltre sulla mia bruna chioma hanno lievemente soffuso, a velo di malinconia espanso sul volto della tua Penelope. Un tremolio del cuore m’induce a sperare il tuo provvido ritorno: avverto la sommersa, latente emozione di Telemaco, la riacquisita complicità filiale. Mi schiudo a nuova stagione, amor mio! Il tuo glorioso ritorno, la tua ultima vittoria, sia dell’armi, sia del cuore. Fiera di te, mulier fidelis, al mio fianco, tu. Ora. Sempre. Ispirata da
“Heroides” Ia Epistula “Penelope Ulixi” (Ovidio, |
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Da me, l’atto d’amore mio Polinice, trafitto e sconfitto. Il tuo corpo spoglio immoto giace sulla nuda terra che ci nutrì. Ora a me, tua devota sorella affidano gli dei l’onore la tua degna sepoltura. Le prime luci dell’alba: cospargo di terra e gronde i tuoi resti mortali, il pietoso rito fieramente negato dal vincitore e signore. Imposto il divieto dal nuovo padrone di Tebe a te, fratello, offro il mio sacro adempimento, con equità dagli dei voluto. Io “non per odio nacqui, ma per amore”. Piango sulle tue aperte ferite, irrorando i tuoi freddi resti mortali di pia libagione: una, due, tre volte. Ebbra di felice volizione. A cagione dell’empio editto, ti seguirò nella morte, mio amato. Dormi sereno, dormi Polinice, dormi in pace. Raggiungi la valle dei giusti. Sii felice, come io lo sono, ormai sulla soglia dell’agognata fine. Dissolte, anche, ormai, le nozze con Ermone, mio promesso sposo, figlio innocente del sovrano dall’odio accecato. Pago con la vita l’onore e la pietà che ti porgo dal cavo del cuore. Disubbidiente alla regola scritta. Ti seguo fratello, nell’Ade, a te sempre vicina, nell’alveo amorevole degli spiriti liberi, nella quiete delle anime elette. Integra serva, io, di supreme leggi non scritte. Infine, appagata. Ispirata da
“Antigone”, tragedia Sofoclea, rappresentata la prima volta ad Atene il |
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Mi stupisce, ora, il conforto del tuo perenne mattino: sconosci il tramonto. M’incanta L’indicibile bellezza Del tuo essere, oggi. Speranza del mio futuro, figlia e specchio della luce, attendo, sereno, di ancorarmi, - quando sarà -, alla rada della tua felice sovranità spirituale. |
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Il più incantevole dei sogni mi accoglierà nel tuo sonno. Non dimenticarmi. Entro nei tuoi occhi dormienti. In una rada celata avvolta da coltre lunare. La bellezza dei tuoi pensieri. |
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Sembrava d’averti persa nella memoria. T’ho ritrovata al brunir del tramonto toscano. Stupefacente improvviso passaggio. Inesprimibile sentimento dello spirito. Canto, ora, Bernardina, la canzone allora dentro carezzata, trattenuta in lungo consapevole silenzio, nell’àlgida morsa del fluire del tempo. Approdo Dopo accidentato percorso, al tuo sentire. Alla stessa innocenza emotiva Della nostra giovinezza. All’intentato presente. Attingo, ora, trepidante, all’acqua sorgiva. Alla fonte generosa di originarie virtù |
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Irresistibile Emerge l’aurora. Spoglia. Superba. Perenne messaggera, propone gli eventi del giorno. La bellezza futura. Il travaglio dell’esistere. Brillano i tuoi occhi Nel nitido orizzonte, offrendo al mio sguardo dorate distese di grano, ondeggianti alla brezza. |
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Ma mère |
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Nobile donna rinasce il ricordo vivi nel sogno |
Noble femme Le souvenir renaît Vives en mon rêve |
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Ma fille |
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Schiudi la bocca qual rosso melograno al primo sole |
Entrouve les levres, en un sourire, quel rouge granadier au premier soleil |
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Pallido il volto, esangue quale bianca pietra di fiume ceceno. Immota. Piegata. L’ultimo respiro vitale. Aneli a cingere al petto il tuo uomo, morto in trincea. L’amato consorte ha preceduto la tua corsa fatale. Tutto è ormai finito: tendi al definitivo approdo, al tenero legame, alla gratificante consolazione, al podio della gloria. Ormai spenta, il capo reclino sulla nera veste, nobile donna di Cecenia, travolta da venefica pozione. Or piango la tua tragica fine. La tua passione per una terra ferita: le dissolte radici, l’identità violata. Piango la tua fede, il tuo dignitoso fermo coraggio, onorata combattente. Piango l’ardua bellezza della tua scelta. Non ti dimenticheremo, cara patriota. Per sempre terremo l’emozione, e il ricordo della tua storia. La sofferta resistenza del popolo di
Cecenia. Il destino di fede e di morte. Il tuo messaggio di libertà. Poesia composta in occasione della strage del teatro Dubrovka a Mosca. 26 Ottobre 2002 |
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Delicati, e poi intensi, maestosi i suoni delle trombe, dei piatti, dei tamburelli, del liuto, del timpano. Soavi, quelli dei violini: la musicalità, quasi lamento, cui segue crescente l’attacco festoso. L’orchestra araba, - a fronte dell’altare maggiore della Cattedrale -, diffondeva armonie di pace, libertà, amore. Vibranti, ispirate le voci modulate delle cantanti, una ebraica, l’altra palestinese. L’assemblea ecclesiale di Catania, emozionata e partecipe ai messaggi di liberazione e giustizia preposti al solenne concerto. Magica notte della Natività! prodigiosa comunione di elevati reciproci pensieri! La notte della nascita del figlio dell’Uomo, la notte dei canti per la pace, per la tolleranza e l’accoglienza. La notte dei nobili sentimenti: quelli che vedono la luce nell’ora della tragedia, nell’ora della tempesta. Quei sentimenti che ritrovano, nel dolore, i fiori sempre profumati delle umili virtù delle forti verità. Notte di Natale 2002, Cattedrale di Catania. “Concerto per la pace” dell’”Orchestra sinfonica di Nazareth”. |
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Dal buio labirinto flebili sussurri. Dal cono d’ombra, provvida guida, emerge la speranza, che avanza incontro a fioca luce. Da tenui risonanze cresce l’armonia dei suoni. Dalle tenebre, uno squarcio luminoso irrompe repentino. Appassionata, ora, intensa, esplode, s’effonde sovrana la sinfonia di Beethoven, la bellezza musicale del maestoso, festoso trionfo delle note, nel vivo brillìo della luce. Fidente, ascende, nell’esteso bagliore, il canto solenne della speranza, l’inno sonoro alla gioia. L’ode universale alla pace, alla libertà. |
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Risale il secchio dorato colmo di bontà. Semplice, offri parole accoglienti al viandante che s’affaccia all’uscio della generosa lucente dimora. Gli occhi ridenti carezzano piccoli grandi eventi. Forte e operosa procedi. Rasserenanti pensieri. Integra donazione. Qual fiorente arbusto, dal legno duro e, a un tempo, delicato: attenta testimone del nostro tempo. Torna il germoglio di primavera che s’avanza. Sei, qui, nulla chiedendo: dalle pene attendi e i dolci frutti e i fiori dischiusi nel cuore ricettivo. Pur nell’affanno dell’età matura, ti muove giovane sentire. Goccia su goccia, riverberi attorno gradevole fresca rugiada d’amore. |
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Metrica ”Haiku” |
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Nuovo mattino ci accoglie ospitale amorevole Stagione nuova maestosa incede al nuovo amore Amica soave sconosciamo la trama quale tracciato? Tienimi a te cautamente sognando un nuovo sole |
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Metrica ”Haiku” |
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Spoglio virtuoso aperto pensiero in te dimora Tenace dischiudi fedelmente germogli di primavera Nuova stagione espande rinascendo fior di speranza Splenda la luce dagli occhi celesti mite sorriso |
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Spoglia, disadorna m’apparisti nel breve incontro crepuscolare di mezza primavera. Vitale, viva, nel tempo presente. Parole, dicevi, generose, gli occhi ridenti. L’eloquio attivo, fecondo. Il tocco dei bicchieri, l’augurio di felicità, adagiata fra noi la piccola rossa, l’effluvio odoroso nel cuore ricettivo. Al cospetto della tua giovinezza immoto mi presento a te, col bagaglio di lungo accidentato percorso. Volevo dirti di me nel breve incantevole fluire del nostro confronto. Estranea la realtà circostante. Misurate, prudenti parole, innocente il lampo delle luci degli occhi nel mobile viso. Adornato da chioma fiammeggiante alle luci del lungo tramonto. Giovane donna comunista, sei il Partito, sei la mia rivoluzione, la speranza di un tempo intentato. Sei un mio audace, tenero pensiero. Non oso proferire parola alla tua integra, genuina esistenza. Vorrei dirti di me, se vorrai. Vorrei porgere, nel cavo delle tue mani nude, i germogli rifiorenti di nuove stagioni, la recuperata speranza che affiora timorosa, generata dal passato percorso di dolore. Volendo dirti di me, mi congedai quella sera, imprimendo sul dorso della tua giovane mano bacio riconoscente di trepida attesa. Il temerario affidamento per un nuovo tempo, senza tempo, per un audace incantato pensiero. |
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Il flauto scandisce l’armonia musicale. Accompagna i sonetti di Shakespeare. In te raccolto improvviso m’appare il tuo albionico volto. Il dolce sorriso. La luce dei tuoi occhi indugia sui miei nel sogno celati. Mi par udire il suono del tuo eloquio soave. Ti rivedrò domani, amabile compagna. M’accoglierai fra gli amici del sabato sera. Le adulte mani porgerò
a te, perché le stringa fra le tue. Sogno emergente di questa tarda primavera siciliana, avrò tanto da proferire: le nostre volgenti battaglie, quelle contro la nuova signoria, contro l’impostura e l’inganno, il declino culturale. Ma avrò, anche, tanto da confidarti dei miei intimi pensieri. Sei nella cella del mio cuore, schietta compagna. Mia soccorritrice. Sei la speranza del mio tempo, di un amorevole percorso, di un’alba nascente dal ciarpame degli eventi presenti. Il calo mio sangue accogli nei pensieri. Concedimi di rapire il tuo cuore con la parola, che, impetuosa, sgorga dal mio canto. Dai versi. Perché tu sopravviva, al mio declino, cara compagna. Ultima fiaccola della notte solitaria rischiara i miei passi futuri. Accoglimi, generosa, fra le braccia perché possa giungere a cime inesplorate. Consentimi di celebrare la nostra alleanza, un progetto comune. Un concorde fluire: romantico, e pur volto a un nuovo progetto sociale. Qual temeraria speranza! quale ardita proposta! Attendo, impaziente, tuoi sommersi messaggi, tuoi nobili generosi segnali. Mi acquieto in te, cara ispiratrice, con le note musicali seicentesche e i dolci versi: m’abbandono nella luce dei tuoi occhi. “Shakespeare Sonnets” – Musica e poesia – Real Albergo dei poveri – Palermo – 15 Giugno 2001 |
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Terra, terra! Il grido della ciurma. L’anelato vittorioso approdo della caravella di Colombo nell’inesplorata regione oltre Oceano. Cinque secoli appena. Acqua, acqua! L’austero pianeta non più inaccessibile, misterioso. Acqua su Marte, nostro fratello pianeta. Sul dente più alto della vetta rocciosa pianteremo, quando sarà, un frassino. Albero del mondo. Arbusto di nuove fioriture. Spanderà i suoi rami Su dirupi scoscesi. |
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<<Come la mela
dolce rosseggia al sommo del ramo, alta sul più altro e la dimenticarono i
coglitori: no, non la dimenticarono, ma non riuscirono a raggiungerla>> (Saffo) |
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Il tuo silenzio accompagna questi ultimi giorni dell’anno. Il silenzio fidente dell'amorevole attesa, del dolce pensiero d’amore. Il silenzio che raccoglie i miei pensieri. Perla preziosa della mia vita, son presente in te, con te, nel fluttuante corso delle vicende e dei fatti quotidiani. Un’incantevole condizione di cuore e di
mente. Vivi felice, con sicurezza e fiducia, il tempo presente, consapevole, tu, della grande scelta, della difficile prova. Condizionati i richiami sensitivi del mio corpo, - per volontaria scelta d’amore -, rinasco uomo nuovo, che si abbandona fra le tue braccia, al tuo destino. Son rifugio in
te, lampada a te stessa, in questa novazione-donazione che rende immortale il nostro amore. Con limpido cuore, puro di mente, vivo la verità, l’ebbra realtà, nella dimora segreta della tua vita. Delizioso corallo dei mari di Sicilia, mi tengo stretto a te, in questo nostro infinito viaggio. Rapidamente il destino ha messo in movimento tutte le cose, scompigliando e ricomponendo il mosaico della nostra vita. Ha messo in movimento i nostri sentimenti in un tempo presente, reale, assai reale, che viviamo come sogno. Ma sogno non è. Il tuo silenzio accompagna la brezza favorevole che gonfia le vele del nostro felice viaggio, e che spinge il battello verso una rotta che tu tracci e conduci con amorevole guida. Rimuovendo e schivando I casuali accidenti dell’esaltante percorso, le mutevoli ondate che si abbattono e si ritraggono, nel moto marino. Immutabile guida, sapiens nauta, seguo, assieme a te, il rapido corso nel magico viaggio. |
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<<Come la luce
vive d'innocenza il mondo vive dei tuoi occhi pure e va tutto il mio sangue nei tuoi sguardi>> (Paul èluard) |
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Cento e cento germogli sbocciano sui tralci dell’albero in fiore. Oh, incantevole condizione dei nostri spiriti! Mi corrispondi compiutamente, ora, aderendo, genuina, pienamente, ai miei pensieri, alle vigorose pulsioni del mio sentimento. Per spinta
naturale, quali speciali molecole in confluente e travolgente attrazione, siamo assieme, Flora, in un tenerissimo abbraccio. Felice combinazione dello spirito e dei corpi. Prodigiosa fioritura Di una straordinaria stagione. L’adulto arbusto ricettivo di un giovanissimo innesto. Quante stagioni, quante fioriture nel nostro viaggio? Flora, se potessi arrestare il tempo! il mio! E il fluire degli anni venturi! Grazie, munifica, intelligente fanciulla, per la misurata e a un tempo veemente risposta d’amore. Grazie Per la fortissima intesa che ci lega. Indissolubile. Corrispondo al tuo affidamento, con salda coscienza, raccolto sulla nostra storia d’amore. Costruita, ora dopo ora, giorno dopo giorno. In felice armonia. 9 novembre 1996 |
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Afeef Jnifen |
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Le braccia issate batti le mani all’incedere lento e maestoso delle modelle tunisine. Diafane, o ambrate. Misteriose, nei velati abiti ricamati, fluenti sino alle caviglie. I fregi dorati dei drappeggi. Le creazioni arabo-libanesi di Elie Saab. I ritmi musicali arabi accompagnano, con vibranti intense modulazioni, i sinuosi movimenti delle donne altere e sensuali. Ridondante il lamento dei flauti, imperiosa la sonorità dei tamburi e degli ottoni. Scintillano, festosi, i tuoi occhi scuri, Afeef. Il tuo aperto, schietto sorriso. Scandisci con le mani in alto il passo delle donne in défilé, i tempi musicali. Semplice e disponibile accogli ora l’ingresso di Georgianna, eretta come alto giunco. Bella fra le belle. Come te, splendida principessa berbera. Afeef, loro amica e compagna, or sei qui con loro. Guardi e sei guardata. Caldo sole del Mediterraneo, gemma dei giardini di Tunisi, or germogli, Afeef, qual giglio profumato che fiorisce in terra latina. Roma, 15 Luglio 1998, Hotel Plaza. In occasione del défilé dello stilista libanese Elie Saab. |
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Un velo di stanchezza segna il tuo volto sorridente, un’ombra esitante traspare negli occhi dorati. Ti ho cercata. Leggiadra mi appari, ora, eretta e prestante, il passo sicuro. Lo sguardo suadente, segui, attenta, il mio eloquio; mi porgi, fidente, una stilla del tuo giovane cuore. Ti sento vicina. Rassicurante. Inatteso il nostro incontro, pur nel magma del tuo recente impegno politico. Matura il sentimento, qual filo d’erba che, teneramente, si affaccia dalle insperate fessure dei rupi montani. Esile e forte. Or sei qui con me. Semplice e schietta, mi scruti e t’offri, prudente. Forse fiorisce Il tuo pensiero Alla mia intrepida offerta. Oh, caldo tramonto di giugno, cara donna si Sicilia, attendo, domani, l’alba innocente di una nuova stagione. Forse si rinnova Il tardo germoglio di una rosa vermiglia nella zolla che attente 3 giugno 1998 |
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